Storia della Quarta Era
Da La Quarta Era Wiki.
Indice |
Preludi
Ed infine anche l’ultima nave salpò per le coste di Valinor, portando con sé tutti gli ultimi elfi presenti nella Terra di Mezzo. Come premio per la sconfitta di Sauron i Valar avevano richiamato i primogeniti nella loro casa. Il viaggio fu calmo, come se le acque del mare fossero divenute una latra d’argento, ed il vento delicatamente le sospinse fino a giungere presso l’agognato traguardo: Valinor. Non esistono parole per descrivere la bellezza che gli elfi provarono nel giungere, chi di nuovo come i noldor, chi per la prima volta come i sindar, ad esempio, e nel vedere quello spettacolo che si poneva davanti i loro occhi; ed ancor più grande sarà la contentezza degli elfi di Valinor nel vedere il sopraggiungere dei loro fratelli. Molti giorni di festeggiamenti seguirono al loro giungere, mentre i vari re degli elfi vennero invitati presso la montagna dei Valar, ove tutti reputarono omaggio a Manwe e gli altri Valar. Ma l’oscurità già iniziava a ricoprire le terre, e questo a Manwe non rimase nascosto: un male diverso e più oscuro si stava manifestando nelle Terre Esterne, e gli elfi questa volta non sarebbero stati presenti per cercare di fermarlo, in quanto qui presenti. Non era ancora il momento che essi sapessero cosa si palesava all’orizzonte, in quanto molto avevano sofferto, ed era giunto il momento affinché essi potessero riposare e rinsaldare quegli antichi legami di razza che da tempo erano logori, ed egli li congedò facendogli comunque promettere che “se un’aquila si sarebbe palesata presso le loro case, di buona lena essi sarebbero dovuti presentarsi al Monte, perché nuovi fatti dovevano essere a loro mostrati” ed infine aggiunse prima del congedo “Ma è dovere vostro vivere in pace qui, ora, e rinascere a nuova vita nell’amore che sempre lega la vostra razza”. Gli elfi annuirono e si allontanarono ritornando presso i loro fratelli.
Trascorsero centinaia di anni, che per la loro razza non sono nulla, prima che un’aquila improvvisamente si palesò alle loro case, ma durante tutto quel periodo, le varie stirpi avevano assaporato la bellezza di Valinor, e le diversità appianate, in quanto tutti compresero che ognuno avrebbe potuto dare qualcosa per aiutare l’altro incrementandone le capacità. Il popolo elfico viveva unito e guidato dai loro capi stirpe uniti in collegio. La chiamata come detto fu improvvisa, e colse quasi alla sprovvista gli elfi, che comunque mantennero la promessa e si diressero presso la montagna dei Valar; tutti loro erano riuniti come in un collegio, presieduto da Manwe che, dopo le riverenze del luogo, parlò: “Grande è stato il dolore che la vostra razza ha sopportato, e grande la gioia vostra nel giungere a Valinor” una lungo silenzio seguì a quelle parole per essere infine rotto. Ed ogni Vala parlò esponendo il problema e ciò che stava accadendo, ed illustrando agli elfi la situazione della Terra di Mezzo.
[...]
Forse giorni durò il colloquio, che si concluse con una frase che nessun elfo avrebbe voluto sentire: Non possiamo obbligarvi a ritornare da ove siete venuti, ma solo presentarvi il problema, la scelta finale spetterà a voi. In silenzio gli elfi presenti si fissarono ad uno ad uno, poi quasi all'unisono parlarono: “Oh supremi, grande è la bellezza di Valinor in Aman e grande le gioie che essa suscita in noi, ma sempre grande è il dolore che le vostre parole suscitano in noi. La pace è un bene prezioso, come le libertà, per questo ritorneremo presso i luoghi da cui ci allontanammo, sempre portando voi e questi luoghi nel cuore. Però non obbligheremo il nostro popolo a seguirci nel viaggio: noi esporremmo il problema e saranno loro a decidere se rimanere a Valinor oppure andare, o ritornare, nella Terra di Mezzo. Nulla di quanto da voi espostoci verrà loro taciuto, così da poter prendere la decisione con consapevolezza.
I Valar annuirono a quelle parole e gli elfi si congedarono. Come enunciato esposero quanto riferito agli altri e molti decisero di partire, anche di gruppi che non erano mai stati nella Terra di Mezzo, sospinti sia dal sentimento della scoperta di un nuovo luogo che dell’aiutare le Terre a portare una seria pace. Navi vennero approntate come nella prima Era, ma questa volta in cooperazione, ed il viaggio ebbe inizio. Gli elfi ritornarono presso i loro antichi territori di Bosco Atro e Lothlorien, lasciando Gran Burrone sgombra quale memoria per gli accadimenti della seconda Era e si prepararono a combattere questo nuovo male riallacciando rapporti con le altre popolazioni.
La nuova minaccia
Forte fu l'urlo di dolore di Sauron mentre l'anello del potere veniva distrutto e la sua essenza lentamente scompariva dal nostro Piano d'esistenza, un urlo misto di sofferenza ed odio per quello che gli si stava perpetuando contro si stava diffondendo per tutti i suoi uomini. Ma nel momento di maggior tenebra per il Re Stregone, un brandello di forza più oscura della stessa notte par come ridestarsi e riprovare quello che un tempo la parte maggiore di lei aveva gia subito nella Prima Era. Dalle profondità di cunicoli scavati e rimasti celati fino a quel momento lenta strisciò verso la superficie: ella non aveva bisogno di conoscere la strada, quel richiamo di dolore ed il desiderio di poter di nuovo diffondere l’oscurità nei Reami la portarono a fondere il suo potere, il potere di quello che fu un Vala, con ciò che restava del potere di Sauron, il Maia corrotto da Melkor, prima che anche questi scomparisse…. Grande fu la deflagrazione che si udì e la terra stessa parve tremare nelle Lande Oscure quando un ammasso puro d’ombra iniziò a prendere forma ove prima non vi era nulla e due occhi di un rosso pulsante risaltavano in quello che poteva sembrare un intero universo oscuro compresso in un piccolo spazio…né Vala, né Maia, ma al contempo entrambi, un potere che anch’egli iniziava a scoprire solo ora, un potere da cui le stesse tenebre parevano nascere. La nuova creatura non aveva nome e per questo prese a chiamarsi solo come l’Oscuro per la prima parte della sua nuova vita mentre dalle profondità degli oscuri cunicoli scavati a Mordor nelle Ere precedenti, all’insaputa di ogni altra forma di vita terrena reiniziava a riorganizzare le sue forze, e come un sorriso beffardo misto ad una espressione di malvagità si dipinse sul suo volto quando egli si accorse di poter plasmare il suo aspetto a piacere. Ma il suo potere ancora non aveva raggiunto il culmine ed egli decise che per il suo piano di vendetta e conquista avrebbe avuto bisogno di fidati e potenti servi ed un lampo balenò nella sua mente al ricordo dei 9, perché in lui convivevano i ricordi del Vala e del Maia. Con il tempo che ci volle ad un pensiero di prender forma egli già nella sua mano stringeva i nove anelli ormai senza potere… o almeno così pareva… egli infuse un’infinitesima parte del suo potere negli anelli così da renderli vincolati a lui, ma questo non fu sufficiente, allora prese a vagare sotto mentite spoglie per le lande a cercare i suoi nuovi servitori, e nel viaggio osservò la partenza degli elfi e di coloro furono i suoi più acerrimi nemici, gli Istari, verso Valinor, e quello che più che un sorriso sembrò un ghigno di pura malvagità si dipinse sul suo volto… i peggiori nemici che ostacolarono il cammino delle 2 entità da cui Egli era nato stavano partendo ed allontanandosi lasciando a lui finalmente la possibilità di conquistare la Terra di Mezzo e poi dedicarsi a loro e gli altri che osteggiarono il cammino dei suoi predecessori. Ma il suo desiderio di distruggere immediatamente coloro lo avevano ostacolato fu accantonato per ora ed egli riprese il suo cammino alla ricerca di coloro sarebbero divenuti i suoi fedeli servi ed il Suo sguardo si posò su coloro nei Reami Liberi sembravano più puri… quale miglior servo per lui di coloro lo avrebbero dovuto combattere, e più non lo avrebbero potuto fare così soggiogati e corrotti dal suo potere… e la lama Morgul nell’oscurità delle notti si levò e trafisse i suoi predestinati, una lama imbevuta ed infusa del suo potere trafisse i loro cuori trasferendovi il suo potere e soggiogandoli alla sua volontà… ora essi vivevano solo per servire Egli e ne erano legati e soggiogati al suo potere, e la loro stessa forma cambiò… Nazgul, ed al contempo non più nazgul in quanto non più legati agli anelli, ma allo stesso potere della nuova entità, e l’Oscuro stesso una volta giunto di nuovo nei suoi Reami che lentamente iniziavano a ripulsare di pesante oscurità decise di prenderne quelle sembianze, così da non apparire diverso dai suoi servi più fidati. Ma la sua malvagità era senza fine e per allietare le sue giornate nel dolore altrui, nel momento della loro creazione non privò completamente i nuovi nazgul dell’odio che provavano verso il male, così da poter gioire in quegli anni di ricostruzione dei lamenti e della sofferenza eterna inferta a loro per quel trattamento riservatogli. Lenta la ricostruzione procedeva e spesso sotto mentite spoglie l’Oscuro si recava nelle terre libere per instillare scintille di odio nei loro cuori e dividere le genti per spianarsi la strada per la sua venuta apparizione ed a quegli stolti che avrebbero osato solo pensare a come combattere il suo potere già pregustava il tormento delle loro anime oltre che dei loro corpi, ma quello a lui non bastava. Il desiderio delle energie che lo avevano formato era troppo vivido in lui, e la voglia di annichilire coloro per secoli avevano inferto all’oscurità con le loro scaramucce piccoli danni, dovevano pagare, e nella sua mente sempre più forte si veniva delineando l’idea di schiacciare quelle che lui altro non erano che zanzare, ora tutte rintanate in un’isola, e prima o poi le avrebbe raggiunte e schiacciate, confidando nel fatto che loro ignoravano ancora la sua nascita; nel suo peregrinare decise indi anche di prendere un nome per meglio terrorizzare quelli che si sarebbero messi contro di lui ed il suo potere, e scelse il nome di Morgoth, nome con cui parte della sua entità era conosciuta ai tempi della Prima Era, un nome che lo avrebbe aiutato nel suo compito essendo inserito nelle leggende, e tutti avrebbero creduto che Egli era tornato dal luogo ove era imprigionato e non si sarebbero mai soffermati sul fatto che fosse un’entità completamente diversa… un altro vantaggio per lui, pensò, mentre nuove voci sul suo ritorno da fidati suoi servi e spie veniva divulgato sotto forme di leggende per le Terre. Ci vollero anni prima che l'esercito dell'oscuro e le sue difese potenziate e riorganizzate, anche da nuove e più proficue alleanze vennero a stringersi e tutto all’insaputa dei Regni Liberi che credevano il male terminato… quando all’improvviso dalle profondità delle caverne di Mordor Egli decise di mostrare il suo potere e che il male regnava ancora… una coltre oscura, più tenebrosa ed agghiacciante di ua notte di tempesta senza stelle, si sparse per il cielo di Mordor oscurandolo, ed essa fu visibile a centinaia di leghe di distanza… alcuni dissero di aver visto nell'oscurità di quella coltre come due fiamme di un rosso vivido pulsante di male come due piccoli soli e poi poco sotto come una bocca da cui le stesse tenebre parevan fuoriuscire…. Quello fu il segno che preannunciava la fine di quel breve periodo di quiete durato poche decine di anni ed il doversi preparare a combattere di nuovo.
Il popolo dormiente
A quel tempo in cui gli elfi ancora non erano ancora apparsi ed Aule aveva forgiato dalla pietra i nani e altra razza stava venendo alla luce per opera di Yavanna: Al contrario dei nani nati dalla dura roccia, ella vide nei lupinidi, creature fiere ed orgogliose e con un forte attaccamento alla natura ed al territorio, la razza che più si poteva avvicinare alla sua idea per proteggere la natura insieme agli Ent. Ella allora iniziò a vagare per le Terre alla ricerca dei più intelligenti e scelse sedici tribù di lupinidi in cui in ognuna spiccava una virtù e le portò con se a Valinor e dal folto delle foreste non visibile dagli altri Valar iniziò ad insegnare loro ciò che sapeva, e più essi imparavano più avevano sete di conoscenza. ma Iluvatar si accorse di quello che stava accadendo e come per la nascita dei nani da parte di suo marito Aule, Egli discese a Valinor e lì parlò ad Yavanna, dapprima ammonendola per ciò che Ella aveva compiuto, poi osservando il buon lavoro svolto e presagendo un male più oscuro di quello di Melkor o Sauron che sarebbe calato sulla terra diede loro un ulteriore dono: il dono del linguaggio, e la loro stessa fisionomia cambiò divenendo più grandi e forti di un normale lupo ed in grado di camminare solo sulle zampe posteriori se essi lo desideravano. Il loro nome ora era Kerek. Grande è il compito che li attenderà - Eru proferì a Yavanna - e nel momento in cui Colui che non ha nome prenderà a camminare per le Terre di Arda loro saranno pronti. Iluvatar aggiunse che fino a quel momento comunque la razza avrebbe risieduto all'insaputa delle altre a Nord delle regioni dell'Angmar.
E le dodici tribù più forti verremo poste come in letargo all'interno di una grande caverna sotto una foresta secolare ed ivi sarebbero rimaste fintanto il male non sarebbe apparso. Yavanna tra tutti i lupinidi che da quel momento avrebbero preso il nome di kerek, scelse il più forte e dotato di ogni virtù e gli diede le insegne del comando, ma questi come era nella natura della sua specie, doveva essere riconosciuto come tale dagli altri capi branco. Per questo il suo letargo fu diverso ed il sonno ricco di insegnamenti che solo successivamente avrebbe potuto insegnare agli altri ma gli sarebbero valsi la popolarità tra i kereki che gli spettava. Yavanna lo chiamò Narmo, nome che stava a significare "Signore ed Eletto del popolo lupinide". Le Ere si susseguirono ed i kereki continuarono in loro riposare o peregrinare per le foreste al di là dell'Angmar, ciò fintanto che l'Oscuro Signore, entità nata dai residui di potere oscuro dello Stregone Nero e del Vala caduto, non fece la sua comparsa nella Terra di mezzo
E come predetto da Iluvatar anche le dodici tribù kereki dormienti si risvegliarono e con esse Narmo condottiero e capo del Popolo kereki. Accanto al suo corpo due spade dalla lama oscura si trovarono e quando egli le toccò nella sua mente il volto di quella che pareva una donna che non ricordava apparse narrandogli che quelle lame erano forgiate per lui ed in esse un grande potere risiedeva, lo stesso potere della sua origine e del suo popolo. Grande era il potere e la capacità del leader e signore dei kereki, ed in meno di tre anni tutte le tribù furono riunite sotto il vessillo del lupo grigio, il suo vessillo. Ma quella fu solo la prima impresa che egli portò a termine. Ora era il momento di insegnare ai kereki quello che egli aveva appreso nei suoi sogni e renderli in questo modo più forti: alle armi naturali di cui erano dotati, egli insegnò i rudimenti della metallurgia per le forge, ed il suo popolo lentamente si avvicinava a quello che altre razze avrebbero chiamato civiltà, ma questo termine era estraneo alla popolazione dato il forte legame con la natura e gli elementi tutti che la compongono. Ma i suoi insegnamenti non si esaurirono i questo: egli insegnò al suo popolo l'uso della spada oltre che affinare le tecniche di combattimento con le loro armi naturali, cioè le loro zanne ed i loro artigli. Finalmente giunde il momento in cui le altre razze sapessero della loro presenza su quella terra ed era loro il compito di reclamare ciò che gli apparteneva, ed il momento venne scandito da un sogno in cui Narmo si trovò immerso in una fredda notte invernale: quella che pareva un'umana dall';aspetto, ma che al contempo irradiava una luce che nessun mortale poteva emanare gli parlò e gli disse che era giunto il momento di spostarsi oltre la barriera dell'Angmar ed ivi stanziarsi. Ormai la decisione era stata presa: in quella stessa notte riprese le sue spade e convocò i suoi campioni così da esporgli immediatamente i suoi piani: sarebbero dovuti partire immediatamente tutti e prendere possesso di quella che sarebbe divenuta la loro terra al di là della catena montuosa, a nord dell'Angmar, a nord dell'Eriador presso la baia di Forochel.
Superare la barriera dell'Angmar era impresa ardua per chiunque, in particolare in inverno, ma i kereki vi riuscirono senza perdite: il folto manto che ricopriva il loro corpo e gli anni passati nelle foreste avevano reso il loro corpo sempre più forte e resistente a quell'ambiente così ostile. Finalmente riuscirono a giungere in quella che sarebbe divenuta Nartesh e nulla poterono opporre di resistenza le tribù nomadi del luogo contro quell'impeto e quella compattezza. Finalmente i kereki ebbero un regno ed eressero la loro Bianca Torre, Minas Itrhil, quale capitale di Nartesh. Ciò che sarebbe stato da quel momento in poi, dipendeva da loro...